Mezz’ora dopo l’indiano sospendeva il colubro, che era lungo due metri, al ramo d’un albero e lo riempiva, a tutta forza, in modo da farlo quasi scoppiare, di pezzi di manioca. Ciò fatto si mise a comprimerlo cominciando dall’estremità superiore, facendo schizzare, attraverso i pori delle foglie, un succo lattiginoso. Era il veleno.
Spremuta per bene quella polpa farinacea, di colore giallastro, l’indiano vuotò il colubro e ripetè l’operazione con tutta l’altra, aiutato dal piantatore e anche da Velasco.
— È mangiabile ora? — chiese Alonzo che seguiva attentamente quel lavoro.
— Non ancora, — rispose il dottore. — La manioca non s’e sbarazzata del tutto del veleno e potrebbe ancora procurarti la morte.
— Cosa richiede ancora prima di venire adoperata?
— Innanzi tutto uno staccio per sbarazzare queste fecole dei filamenti che contengono.
-Ma noi non lo possediamo.
— S’incaricherà Yaruri di fabbricarlo colle fibre dei cocchi.
— E poi?
— Poi Yaruri con dell’argilla fabbricherà un piatto, non possedendo noi alcuna piastra di ferro. Stenderà la manioca su quel piatto e la lascierà seccarsi a lento fuoco per far sparire gli ultimi residui di veleno. Si potrebbe farne anche a meno però della piastra, poichè lasciando la manioca un paio di giorni all’aria libera, perde egualmente le sue proprietà velenose.