— Sì, e meglio degli europei. Avevano delle sale che contenevano perfino tremila persone e le abitazioni dei grandi erano tutte costruite di pietra viva, accuratamente levigata e unita con un cemento speciale. Si dice che quei palazzi parevano fatti di getto, poichè non si scorgeva su di loro alcuna commessura.

— Ditemi, dottore, possedevano grande copia d’oro gli Inchi?

— Ti dirò che oltre possedere tutto il vasellame d’oro, gl’imperatori avevano dei giardini le cui piante erano tutte d’oro, cominciando dalle radici. Avevano dei tratti di terra coltivati a mais ed ogni pianta era fabbricata di quel prezioso metallo: le radici, le foglie, i fiori, le pannocchie e perfino le barbe. Nei palazzi degli imperatori poi, le vasche dei bagni erano d’oro e d’argento, i tetti erano coperti di lastre di quei metalli e così pure le colonne.

— Quale magnificenza!... E che sia vero quello che mi raccontate?

— Tutti gli storici spagnuoli che facevano parte delle bande conquistatrici degli Almagro e dei Pizzarro, lo hanno constatato. Acosta, Garcilasso e parecchi altri, ci lasciarono descrizioni stupefacenti della ricchezza degli Inchi.

— E credete che a Manoa possiamo trovare simili tesori?

— Io sono fermamente convinto che quegli abitanti posseggano ancora grande parte delle ricchezze degli Inchi.

— Fra poco lo sapremo; — disse don Raffaele. — La montagna non è più tanto lontana. Animo, amici! Sono impaziente di vedere quella famosa Città dell’Oro.

Il canotto, spinto innanzi alacremente, volava sulle tranquille acque della savana tremante. Alle tre del mattino mezza palude era stata già attraversata ed il picco gigantesco, che serviva di guida ai naviganti, era perfettamente visibile.

Stavano per lasciare i remi, volendo riposare alcuni minuti, quando ai piedi della montagna, fra le cupe selve che la attorniavano, si scorsero parecchi punti luminosi.