— Allora affrettatevi a cenare, poi ci racconterete quanto sapete sull’Eldorado.

— Posso narrarvelo anche assaggiando queste eccellenti costolette di lamantino.

Vuotò un bicchiere di vino di Spagna, poi fra un boccone e l’altro riprese:

— Questa leggenda dell’Eldorado rimonta alla distruzione dell’impero peruviano per opera del Pizzarro e d’Almagro. Narrasi che dopo l’assassinio di Atabalipa, lo sventurato imperatore fatto bruciare vivo dai due feroci conquistatori, un figlio di costui uscisse dall’impero assieme ad un grosso numero di sudditi e con delle ricchezze immense, e che andasse a stabilirsi fra l’Orenoco e l’Amazzone. Non si è mai potuto sapere il nome di quel principe, ma si crede che fosse il quarto figlio di Atabalipa. Pochi anni dopo cominciarono a divulgarsi le voci dell’Eldorado. Si diceva, dagl’indigeni dell’Orenoco, che una potente nazione venuta dal Sud, i cui uomini indossavano delle vesti a vivaci colori, era andata a stabilirsi sulle loro terre scacciandoli a viva forza e che aveva fondata una città detta Manoa, con palagi superbi che avevano i tetti d’oro e le colonne pure d’oro. Quegli stranieri si facevano chiamare Eperomerii od Orecchioni. Dove quella città fosse precisamente situata, nessuno lo sapeva, ma tutti ne parlavano.

— Dunque nessuno l’ha mai veduta, — disse Alonzo. — Allora c’è da dubitare della sua esistenza.

— Un momento, giovanotto, — disse il dottore. — Vi è chi l’ha visitata.

— Un uomo bianco forse?

— Un nostro compatriota.

— Oh! oh! Ma dunque l’Eldorado non è più un frutto della fantasia d’alcuni illusi.

— Niente affatto. Un certo Martinez Giovanni, maestro d’artiglieria di Ordaco, uno dei capitani conquistatori, percorrendo l’immensa regione che si estende fra l’Orenoco e l’Amazzone, potè giungere all’opulenta capitale di quei figli del sole.