Alla cancelleria di Portoricco conservasi ancora la relazione del suo viaggio e del suo soggiorno a Manoa. Da quella risulta che egli stette sette mesi in quella città, che ebbe splendide accoglienze da parte degli abitanti e che gli fu concesso il permesso di visitarla, ma sempre accompagnato da una scorta la quale gli bendava gli occhi quando doveva passare da certi luoghi.

Quando ripartì il sovrano gli regalò molto oro, ma non potè salvare che due fiaschi ripieni di polvere aurifera, essendo stato depredato da alcuni indiani.

Ritornato alla costa, Martinez si recò a Portoricco ove si ammalò. Prima di morire si fece recare l’oro che aveva portato con sè e lo donò alla chiesa perchè fondasse una cappellanìa, e la relazione del suo viaggio che donò alla cancelleria per memoria della sua spedizione.

Saputosi ciò e perdurando sempre le voci sull’esistenza di quella famosa città, Pietro d’Orsua prima, poi Girolamo d’Ortal, Ferdinando di Sarpa e Gonzales Himene de Quesada, intrapresero delle spedizioni per ritrovarla, ma non si sa se la scoprirono, poichè la storia tace sulle loro imprese. Pare però che non riuscissero nel loro intento, poichè Quesada, il conquistatore dell’impero di Bogota, morendo, si fece giurare da Antonio Barreo, suo genero ed ardito conquistatore, d’impadronirsi del vasto territorio compreso fra i due fiumi giganti, assicurandolo che avrebbe trovato più oro di quanto i Pizzarro e gli Almagro ne avevano raccolto nel Perù.

Barreo non mancò alla parola: Manoa esercitava un fascino irresistibile. Partì alla conquista dell’Orenoco con settecento cavalli e parecchie centinaia d’indiani. Percorse deserte regioni, discese l’Orenoco, saccheggiò parecchie tribù, ma finalmente dovette ritornare a Santa Fè dopo di aver speso 300,000 ducati d’oro. Potè però constatare che quella regione era immensamente ricca d’oro e che tutte le tribù ne possedevano in gran copia.

Durante l’esplorazione di Barreo comparve il famoso cavalier inglese sir Walter Raleigh, il quale potè avere dagl’indigeni notizie dell’esistenza di Manoa, degli Eperomerii e degli Orecchioni, ma non potè giungere nella famosa città; nè più fortunato fu il suo compagno Keymis, nè un altro nostro compatriota Domingo di Vera, che tentò la conquista della regione undici anni dopo Barreo, cioè nel 1593. Ecco, amici miei, la storia dell’Eldorado.

Don Raffaele, che aveva ascoltato tutto ciò senza pronunciare sillaba, riempì i bicchieri, vuotò il suo, poi chiese:

— Ditemi, dottore, credete voi all’esistenza di questa famosa Manoa?

— Sì, — disse Velasco, senza esitare. — La storia lo prova. È ormai accertato che dopo la distruzione dell’impero peruviano, una parte degli Inchi lasciarono il regno per sfuggire alle ladronerie ed alla dura oppressione dei nostri compatriotti. Le confidenze fatte dagli indiani a Barreo, a Raleigh, a Keymis ed a Vera, lo dimostrano chiaramente ed anche il nome di Orecchioni assunto da uno dei due popoli venuti dai paesi di ponente. Quel nome di Orecchioni non apparteneva che agli Inchi, e gli Orenochesi prima lo ignoravano affatto, nè tale nome appartiene alle loro lingue. Aggiungete, inoltre, che quei nuovi popoli portavano lunghe vesti e sul capo dei berretti rossi, ed i soli Inchi, fra tutti i popoli dell’America del Sud, indossavano vesti e sapevano colorire le stoffe.

— Ma credete realmente che Manoa avesse tali ricchezze?