— E perchè no? È ormai provato che il territorio compreso fra l’Orenoco e la Gujana è immensamente ricco. Barreo, durante la sua spedizione, mandò in Spagna in dono al re dei superbi presenti: statue, quadrupedi, pesci e uccelli tutti d’oro massiccio; Raleigh portò in patria molte botti ripiene di rocce aurifere e da una sola ricavò nientemeno che tredicimila lire sterline[4]. Vi dirò inoltre che a Cartagena fu mandato un bastimento, il quale, fra le altre cose raccolte sull’Orenoco, portava una statua d’oro di mole gigantesca, del peso di quarantasette quintali, e che rappresentava una divinità adorata da una tribù orenochese, i cui abitanti si erano fatti cristiani. Che meraviglia dunque che sia esistita e che esista ancora una città i cui palazzi hanno i tetti e le colonne di oro? Anche a Quito gli Inchi avevano i loro palazzi coperti di lamine d’oro, che poi furono fuse da Ferdinando de Soto.

— Dunque voi credete che Manoa abbia esistito.

— E credo che esista ancora fino a prova contraria. L’immensa regione che si estende fra l’Amazzone e l’Orenoco non è stata ancora esplorata, quindi la città dell’oro può ancora sussistere.

— Ditemi, dottore, se io vi dicessi andiamo a visitare Manoa, mi accompagnereste?

Il dottore guardò don Raffaele colla più alta sorpresa, come per domandargli se voleva scherzare.

— Ve lo dico seriamente, — disse il piantatore, che lo aveva compreso.

— Visitare Manoa!...

— Sì, dottore.

— Ma sapete dove si trova innanzi a tutto?

— Vi è un uomo che lo sa e che ci condurrà.