— Ma non possiamo tentare nulla? — chiese don Raffaele, con rabbia.
— Nulla, padrone: cerchiamo di riguadagnare la savana tremante.
Le fiamme s’avanzavano con grande celerità trovando dovunque combustibile. Si udivano le erbe a sibilare, a crepitare e si vedevano contorcersi, mentre in aria volteggiavano immense colonne di scintille. I serpenti, conscii del pericolo, fuggivano da tutte le parti emettendo fischi di collera, cercando di raggiungere la foresta protettrice. Già le prime falangi, raggiunte dal fuoco, s’arrostivano spandendo all’intorno un puzzo nauseante.
Yaruri ed i tre bianchi retrocedevano correndo, facendo sforzi sovrumani per non farsi raggiungere dai rettili più agili, i quali balzavano come se avessero le zampe. La temperatura cominciava a diventare ardente e sopra ai fuggiaschi cadevano miriadi di scintille e nubi di cenere caldissima. Le loro provviste di polvere minacciavano di saltare in aria. Come se quell’incendio non bastasse, gl’indiani avevano abbandonata la montagna e si udivano a vociferare al di là delle erbe ardenti.
— Presto, presto! — gridava don Raffaele. — Bisogna raggiungere la foresta prima degli indiani.
Non avevano da percorrere che seicento metri, ma anche dinanzi a loro le erbe cominciavano a prendere fuoco. Le scintille che cadevano in tutte le direzioni, causavano altri incendi.
La loro ritirata si cangiò allora in una fuga disperata. Non correvano più in gruppo serrato, ma dispersi per giungere più presto ai primi alberi.
Finalmente, facendo un ultimo sforzo, giunsero alla foresta, ma non si arrestarono e proseguirono la corsa in direzione della savana tremante. Ormai non si poteva più forzare il passaggio da quel lato, con tutti quegli indiani che avevano alle calcagna e che parevano risoluti ad esterminarli.
Era quasi sera quando don Raffaele, sfinito, giungeva sulle rive della savana tremante.
Si volse per vedere se i suoi compagni lo avevano seguito.