La notte era discesa sulla immensa savana tremante.
Don Raffaele ed i suoi compagni, seduti sulla sponda dell’isolotto, coi fucili a portata delle mani, vegliavano assiduamente temendo, da un istante all’altro, un vigoroso assalto. Tutti e tre erano pensierosi ed invano si torturavano il cervello per uscire da quella situazione che ormai consideravano disperata.
Sulle rive della savana accampavano gl’indiani seduti attorno a grandi fuochi. Non facevano dimostrazioni ostili, ma sorvegliavano rigorosamente gli uomini bianchi per impedire a loro la fuga.
Parecchi canotti erano venuti dalle sponde opposte di quella palude, ma rimanevano immobili dinanzi agli alberi della fitta foresta. Eppure sarebbe stato così facile a quei quattro o cinquecento uomini, prendere d’assalto quell’isolotto che non offriva agli assediati alcuna ritirata.
La notte trascorse in un continuo allarme, ma senza offese. Pareva che gli indiani non avessero alcuna premura d’impadronirsi di quei nemici che avevano cercato di violare il segreto secolare della Città dell’Oro.
All’alba la situazione degli assediati non era cambiata, anzi era peggiorata, poichè non avendo mangiato dal giorno innanzi, cominciavano già a provare gli stimoli della fame.
— Orsù, — disse Alonzo. — Bisogna prendere una risoluzione.
— E quale? — chiese don Raffaele.
— Cerchiamo di scendere a trattative.
— Cogl’indiani?