— Siamo in un brutto impiccio, — disse il piantatore. — Comincio a credere che per noi la Città dell’Oro sia perduta.
— Ed anche la nostra pelle, — aggiunse Alonzo. — Chi ci leverà da quest’isolotto, ora che non possediamo più il canotto e che siamo circondati da sabbie mobili?... Eppure io avevo sperato di giungere a Manoa senza fastidi, con quell’esercito di rettili.
— Dovevamo aspettarci una simile sorpresa, — disse il dottore. — So che gl’indiani di queste regioni usavano lasciar crescere le erbe intorno ai loro villaggi, per respingere gli stranieri col fuoco. Quando gli Spagnuoli condotti dai luogotenenti di Barreo cercarono d’inoltrarsi attraverso queste regioni per scoprire l’Eldorado, furono respinti cogl’incendi, e trecento di quei conquistatori morirono soffocati ed abbruciati nella vallata di Maccureguary. So che quando Barreo in persona tentò l’impresa fu costretto a retrocedere, poichè le tribù degli Inarcuacari, dei Pariagotti e degli Iranaquari, alleati degli Eperomerii, avevano lasciato crescere le erbe tre anni per incendiarle.
— Ma Yaruri dove sarà? — chiese Alonzo. — Se fosse qua, quel diavolo d’indiano saprebbe forse trovare un mezzo per liberarci.
— Quell’uomo, visto che la partita era perduta, si sarà nascosto per cercar di sorprendere il suo avversario e ucciderlo a tradimento, — rispose don Raffaele. — Un indiano affronta la morte senza esitare, pur di vendicarsi.
— Ma noi, cosa faremo ora? Fra ventiquattro o quarant’otto ore la fame ci costringerà alla resa, poichè abbiamo perdute tutte le nostre provviste.
— Chissà! — disse il piantatore.
— Cosa speri, cugino?
— Penso agli indiani che ci precedevano e mi domando perchè ci risparmiavano, mentre cercavano di uccidere Yaruri. Vedremo!... forse gli Eperomerii non desiderano la nostra morte.