— Non pensiamo a lui, don Raffaele, — disse il dottore. — Lo ritroveremo più tardi. Se vi preme la pelle imbarchiamoci.

— Andiamo!...

Il canotto era ancora arenato sulla sponda. Con una spinta poderosa lo lanciarono in acqua, vi balzarono dentro e s’allontanarono arrancando disperatamente. Già erano lontani duecento metri e stavano fiancheggiando un isolotto roccioso di pochi metri di estensione, coperto da alcuni cespugli di legno cannone, quando Alonzo emise un grido di terrore.

— Ti ha ferito qualche freccia? — chiese don Raffaele, impallidendo.

— No.... affondiamo!...

Il piantatore si chinò e vide che il fondo del canotto era già coperto d’un palmo d’acqua.

— È stato guastato! — esclamò. — Mille tuoni!... Presto, approdiamo a quell’isolotto o le sabbie della savana tremante c’inghiottiranno!

Con pochi colpi di remo approdarono e si misero in salvo fra i cespugli. Il canotto, già mezzo pieno d’acqua, poco dopo affondava, scomparendo fra quei pantani senza fondo.

Gl’indiani giungevano allora sulle sponde della savana, agitando le loro armi e mandando alte grida di gioia.

Erano tre o quattrocento, ma pareva che non avessero alcuna intenzione di offendere gli stranieri, almeno pel momento, poichè nessuna freccia fu lanciata.