Nessun grido di trionfo accolse la loro resa. Furono presi, coricati entro tre amache sospese a tre lunghe pertiche sostenute da dodici robusti indiani e trasportati attraverso la foresta con grande rapidità. Avevan loro lasciate libere le braccia e le gambe, ma quei quattro o cinquecento indiani li seguivano da vicino, portando con loro le lancie e le cerbottane.
Tre ore dopo quella turba si arrestava dinanzi ad un grandioso fabbricato di pietra, perfettamente rettangolare, sostenuto all’ingiro da ventiquattro colonne adorne di lamine d’oro e col tetto coperto da lastre d’egual metallo, le quali scintillavano sotto i raggi del sole.
Don Raffaele ed i suoi compagni furono fatti scendere e rinchiusi in una grande sala colle pareti pure di pietra e che riceveva la luce da due spaziose finestre, ma aperte a venti piedi dal suolo.
L’unico ornamento che si vedesse, era l’immagine del sole formato da un grande disco d’oro con i raggi d’argento, collocato all’estremità della sala, di fronte alla porta d’ingresso.
— Voi rimarrete qui fino a che Yopi avrà deciso sulla vostra sorte, — disse l’indiano a cui si erano arresi. — Non temete nulla e riposate tranquilli.
Poi tutti gl’indiani uscirono chiudendo e sprangando la porta.
— Dove ci hanno condotti? — chiese Alonzo, che non si era ancora rimesso dal suo sbalordimento.
— In un tempio dedicato al sole, credo, — rispose il dottore, che contemplava tranquillamente l’immagine dell’astro diurno. — A quanto pare, questi indiani hanno conservato l’antica religione dei Peruviani.
— Ma intanto ci lasciano morire di fame, dottore.
— Spero che si ricorderanno di noi.