— E ci lascierà ritornare al nostro paese liberi?
— Si, poichè noi così abbiamo voluto, in compenso della nostra fedeltà.
— Grazie, miei buoni amici, — disse don Raffaele, tendendo a loro le mani. — Ma la Città dell’Oro non potremo vederla noi?
— Forse, dall’alto della montagna. Addio padrone: a domani.
XXIV. Il supplizio del traditore.
La festa di Raynù, che gli Inchi celebravano in onore del Sole, e che gli abitanti della Città dell’Oro avevano conservata, i soli forse di quella grande nazione ferocemente dispersa dai conquistatori spagnuoli, era una delle più grandi, delle più pompose, delle più magnifiche degli antichi Peruviani.
Scadeva nel solstizio boreale, quando cioè il sole, toccato già il punto più lontano del Perù, muoveva a recargli ogni giorno crescente luce e calore, infondendo nuova vita a tutta la natura.
Gl’Inchi la solennizzavano con un apparato sfarzoso, ma prima vi si preparavano con un digiuno di tre giorni, durante i quali non era permesso di accendere fuoco in nessuna casa, ma si accordava agli abitanti di mangiare pochi grani di maiz crudo e di bere poche goccie d’acqua.
L’imperatore, che in quel giorno faceva le funzioni di sommo pontefice, prima dello spuntare del sole usciva dai suoi grandiosi palazzi seguito da centinaia di curachi[11] coperti di abiti finissimi, luccicanti di pagliuzze d’oro e di ricami d’argento e le teste adorne di ghirlande d’oro massiccio e coperti di pelli di fiere o adorni d’ali di condor, e da un numero infinito di soldati e di popolani rappresentanti le diverse nazioni sottomesse all’impero.
Quell’immenso corteo si recava nella grande piazza di Cusco, — allora questa era città capitale dell’impero, — ed attendeva, a piedi nudi, il sorgere del sole. Appena il primo raggio appariva sulle alte vette della Cordigliera, tutti cadevano in ginocchio con ambe le braccia tese innanzi, per adorarlo, mandando baci e chiamandolo dio e padre.