— No, perchè sono cogli uomini bianchi.

— Conosci questo braccio di fiume?

— No.

Don Raffaele ed i suoi compagni tacquero e tesero gli orecchi sperando di riudire quel grido inesplicabile, ma non si ripetè più. Solamente l’uccello Onorato ripeteva invariabilmente le sue note do.... mi.... sol.... do, tenendosi nascosto in mezzo alle grandi palme.

— È una cosa strana, — disse don Raffaele, dopo alcuni istanti di silenzio. — Io non so il perchè, ma comincio ad essere inquieto. Che sia questo paese inesplorato e misterioso che produce tale sensazione o la febbre dell’oro?

— Abbiamo delle buone armi, cugino, — disse Alonzo; — non dobbiamo avere quindi alcun timore.

— Ha del coraggio il nostro giovanotto, — disse il dottore, sorridendo. — Il buon sangue non mente.

— È vero, — disse don Raffaele con compiacenza. — I Camargua hanno nelle vene il sangue di uno dei primi conquistatori e un nostro avolo....

Un baccano assordante, bizzarro, impossibile a descriversi, venne a rompergli la frase. Era un concerto di urla lamentevoli, ma così acute da guastare i timpani meglio costruiti e così strazianti che parevano emesse da un centinaio di persone martirizzate; poi erano voci strane che somigliavano alle salmodie d’una compagnia di frati. Vi erano bassi, baritoni, tenori, soprani e contralti e pareva che tutti quei cantori cercassero di sopraffarsi gli uni cogli altri con note così potenti da udirsi a parecchi chilometri di distanza.

— Cosa succede, cugino? — chiese Alonzo stupito. — Vi è qualche tribù che canta?