— Sì, ma di scimmie, — rispose don Raffaele, ridendo.

— Di scimmie?... Son voci umane, cugino.

— Eccoli i cantori, Alonzo. Guardali!...

La scialuppa, avendo girato una punta che si stendeva per buon tratto sul fiume, era giunta dinanzi ad un gruppo di jatolà (hynenæa courbaril), alberi enormi che raggiungono un’altezza di trenta o quaranta metri, ma con certi tronchi che misuravano nove e perfino dieci metri di circonferenza.

Su quei rami grossissimi, avevano preso stanza un centinaio e più di scimmie col pelame bruno, colla testa, le mani e la coda nere e di statura media. Sedute in circolo attorno ad un vecchio maschio che aveva il pelame brizzolato, cantavano a piena gola facendo un baccano assordante ed imitando i frati o gli ebrei quando pregano.

— Che scimmie sono? — chiese Alonzo, scoppiando in una risata, tanto erano ridicole le pose gravi di quei quadrumani.

— Si chiamano barbado ed anche gaariba bujo, — disse il dottore. — Hanno una voce potente come le scimmie rosse, ed imitano talora il salmodiare dei frati, ora i lamenti delle donne e talvolta il rumore degli spaccalegna. Quando i brasiliani e gl’indiani le odono, dicono che le scimmie stanno pregando.

— Sono inoffensive?

— Sì e anche deliziose, affermano gl’indiani, i quali amano metterle allo spiedo. È vero, Yaruri?

— Sì, — rispose l’indiano, — e Yaruri ne mangerà!