— Verissimo, Alonzo, ma li adoperano per miglior uso anche, cioè per la pesca, legandoli ad un bastone a guisa di torcia per attirare i pesci.

— A cena! — esclamò in quell’istante il dottore, che si era trasformato in cuoco.

I viaggiatori, che avevano molto appetito, si sedettero presso il fuoco acceso dall’indiano e fecero tutti molto onore al pasto; poi, fumate alcune sigarette, raggiunsero le loro amache sospese ai rami d’un albero, il quale protendevasi verso il fiume. Yaruri invece preferì coricarsi nella scialuppa per sorvegliare il fiume.

— A chi il primo quarto di guardia? — chiese Alonzo.

— A te, il secondo a Yaruri, il terzo a me ed il quarto a Velasco, — disse don Raffaele.

— Allora chiudete gli occhi, — disse il giovanotto, armando il fucile. — Speriamo che nessun avvenimento venga a disturbarci.

— Buona guardia, — risposero i compagni, coricandosi.

Alonzo accese una nuova sigaretta, s’accomodò nella sua amaca meglio che potè, mettendosi vicino il fucile, aprendo per bene gli occhi e tendendo gli orecchi.

La luna era sorta dietro le grandi foreste, ma essendo velata dalla nebbia che si alzava sull’Orenoco, spandeva una luce così pallida, che non permetteva di distinguere bene un oggetto anche grande ad una certa distanza. Perciò il giovanotto, che non aveva dimenticato gl’indiani armati di fucile e così rapidamente scomparsi, teneva gli occhi fissi sulla sponda opposta e precisamente verso il luogo ove doveva trovarsi il banco.

I grossi rospi e le rane, dopo salutata la comparsa dell’astro notturno, avevano posto fine ai loro concerti. Solo di quando in quando si udiva una salva di fischi od uno scoppio di muggiti, ma poi il silenzio tornava sotto le grandi e cupe boscaglie. Ad un tratto un grido acuto, quello del tucano, ma assai più potente, ruppe il silenzio. Alonzo trasalì e alzò il capo gettando sulle rive del fiume un lungo sguardo.