— Gli Ottomachi.

— Indiani da temersi?

— No, ma non amano la compagnia degli uomini bianchi.

— Andiamo a visitare quella catapecchia, — disse il dottore. — Sarei ben contento di trovare il proprietario.

— Per che cosa sapere? — chiese don Raffaele.

— Se ha veduto passare degli indiani armati di fucile.

— L’idea è buona. Metti la prua verso quel fiumicello, Yaruri.

La scialuppa virò di bordo e poco dopo si trovava bordo contro bordo colla montaria. Alonzo ed i suoi due compagni s’aggrapparono ai pali e si issarono sulla piattaforma che serviva di base alla capanna.

Bastò a loro uno sguardo per convincersi che quell’abituro era deserto. Qualcuno però doveva abitarlo perchè sospesa a due pali vi era un’amaca di fibre di tucum abilmente intrecciate ed in un canto parecchie cuia, ossia specie di zucche tagliate a metà e ben seccate, delle quali gl’indiani si servono come recipienti.

Alonzo però, che frugava dappertutto, scoprì sotto un folto strato di foglie due piramidi di pallottole grigio-giallastre, un po’ più grosse delle uova d’oca e che parevano composte d’una specie d’argilla grassa.