Gli uccelli e le scimmie, sempre numerosi, avevano ripreso i loro concerti, surrogando quelli scordati e così bizzarri delle rane e dei rospi.

Sulle sponde si vedevano volteggiare stormi di arà, grandi pappagalli rossi chiamati con tale nome perchè gridano incessantemente arà arà; bande di aracari, piccoli tucani grossi come un merlo, ma anche questi con un becco sproporzionato; di tico-tico, specie di passere che si radunano in stormi immensi, mentre sul fiume navigavano, gravemente appollaiati sui margini delle victoria regia, i piassoca, uccelli che hanno le gambe lunghissime e che vivono di pesci.

Superbi poi erano gli alberi che si succedevano senza interruzione sulle sponde della grande fiumana, strappando grida d’ammirazione al giovane Alonzo, il quale mai aveva veduto una flora così svariata e così maestosa nella Florida che è ricca solamente di pini.

Ora apparivano dei boschi di miriti, enormi palme colle foglie disposte a ventaglio, frastagliate a nastri, ma così grandi che un uomo non potrebbe portarne più d’una e cariche di frutta rosse penzolanti in grappoli; boscaglie di bossù, altra specie di palme ma colle foglie rigide, dentellate a mo’ di sega sui margini, serrate, diritte e lunghe dieci e anche undici metri; di palme tucum, dalle cui fibre gl’indiani ricavano una specie di canapa robustissima che adoperano nella fabbricazione delle loro amache; di palme papunha o palme pesche, così chiamate perchè portano delle graziose ciocche di frutta somiglianti alle pesche e che sono deliziose cucinate in acqua con un po’ di zucchero; di bacaba, palme vinifere, dal cui tronco si estrae, facendo una incisione, una specie di vino molto piccante ed inebbriante.

Anche sul fiume le piante acquatiche non mancavano ed erano rappresentate dalle aninga (arum) colle foglie larghe in forma di cuore, poste in cima ad un peducolo emergente dalla corrente, e dalle murici, foglie più modeste e più umili che si mantengono a fior d’acqua. I viaggiatori navigavano da tre ore, con una velocità di cinque a sei nodi, essendo la corrente dell’Orenoco sempre debole in causa della pochissima pendenza del letto, quando il dottore, che stava a prua, additò un’abitazione situata presso la foce d’un piccolo fiume della sponda destra.

Era una specie di tettoia aperta da un lato, col tetto e le pareti coperte di curua, piccole foglie di palma adoperata dagli indiani nelle loro costruzioni, ed era collocata su di una palafitta per metterla al riparo dalle piene periodiche del fiume.

Legato ai pali, un piccolo canotto indiano, un montaria, scavato nel tronco d’un albero col fuoco, si dondolava sotto le ondate della corrente.

— Che sia abitata quella capanna? — chiese Alonzo.

— Non vedo alcuno, — disse don Raffaele.

— Che indiani abitano queste sponde?