Gli Ottomachi formano una vera nazione che occupa un vastissimo tratto delle sponde dell’Orenoco, cioè dalle foci dell’Apure a quelle del Cassanare, anzi si ritiene la più numerosa e la più formidabile. Essendo però divisa e suddivisa in un numero infinito di piccole tribù e non avendo alcun centro, è molto se ha potuto conservare il proprio territorio contro le invasioni delle altre nazioni.
Gli Ottomachi sono i più robusti di tutti i popoli che abitano le rive del grande fiume, di statura superiore agli altri e di forza non comune, ma il loro aspetto è malaticcio in causa dell’abuso del poya. Sono gli zingari di quelle regioni, poichè non hanno villaggi, non hanno alcuna cura nella fabbricazione delle loro capanne essendo di abitudini vagabonde, non coltivano nè le zucche nè il manioco come gli altri, contentandosi delle frutta che somministrano a loro gli alberi della foresta o dei prodotti della caccia e della pesca. Non hanno che una sola passione: quella di pitturarsi. Impiegano nella loro teletta delle giornate intere dipingendosi il corpo con colori svariati e perfino i capelli, ma quelle pitture, che richiedono delle ricerche pazienti per trovare le terre colorate, non le sfoggiano che nelle grandi occasioni. Nei giorni ordinarii si limitano ad imbrattarsi il volto ed i capelli con ocra gialla o rossa o turchina.
Quantunque abbiano avuto frequenti contatti cogli uomini bianchi, sono selvaggi come nei primi giorni della scoperta dell’America e non hanno fatto il più lieve progresso.
Il loro vestiario, come quattrocento anni fa, si compone ancora d’un semplice sottanino di foglie intrecciate, il guayaco come lo chiamano loro, e le loro armi non hanno cambiato possedendo ancora le cerbottane, le mazze e qualche arpione per uccidere gli alligatori ed i lamantini.
Gli uomini che erano improvvisamente comparsi e che s’inseguivano gettando urla furiose, accapigliandosi, graffiandosi, picchiandosi coi pugni e coi piedi, parevano veramente ebbri, come aveva detto il dottore. Non si erano ancora accorti della presenza degli uomini bianchi, i quali avevano eseguita una prudente ritirata nella scialuppa, armando, per maggior precauzione, i fucili.
— Ma cosa fanno? — chiese Alonzo, che non li perdeva di vista.
— Si picchiano, come ben vedi, — rispose il dottore. — Sono ubbriachi di niopo.
— Di rhum o di cascara, forse?
— No, è una polvere composta di foglie di mimosa e d’una calce estratta dalle conchiglie d’un mollusco molto comune su questo fiume,
— È una specie di tabacco adunque, — disse don Raffaele.