— Ha le stesse proprietà del tabacco, dell’oppio e del betel[5] che masticano gl’Indocinesi ed i Malesi, ma l’abuso produce una strana malattia che rende litigiosi, battaglieri. Gli Ottomachi approfittano sempre di quella eccitazione per sfogare i loro rancori.
— Finchè si limitano ai pugni ed ai calci poco male, — disse Alonzo.
— Fanno di peggio, giovanotto, — disse il dottore. Si bagnano le unghie, che usano portare lunghe, nel succo velenoso del curare, producendo ben sovente delle ferite mortali.
Gli Ottomachi intanto, sempre battagliando, erano giunti sulla sponda del fiume, a cinquanta passi dalla capanna. Erano tanto assorti nella loro lotta che non si erano ancora accorti degli spettatori.
Ad un tratto un di loro, impotente a far fronte all’avversario, cadde nel fiume, su di un bassofondo. Subito si vide sollevarsi a lui d’intorno un nembo di spuma, apparire una testa mostruosa ed una coda armata di scaglie ossee, poi si udì un grido acuto, straziante.
L’indiano aveva risalita prontamente la sponda, ma metà del suo braccio sinistro era rimasta fra le mascelle d’un caimano che sonnecchiava sul bassofondo.
Quel caso inaspettato parve che facesse sfumare di colpo l’ebbrezza dei combattenti e che assopisse tutto d’un tratto i loro rancori.
Di comune accordo si erano slanciati verso il compagno, dal cui braccio mozzato sfuggiva, a rapide pulsazioni, un largo getto di sangue spumoso.
Yaruri ed i tre uomini bianchi avevano afferrato i remi e spinto la scialuppa verso la sponda per soccorrere il disgraziato, il quale minacciava di morire per la violenta emorragia.
— Vengo a guarirti, — disse il medico balzando rapidamente a terra e dirigendosi verso il mutilato.