Il ferito si era inginocchiato stendendo il braccio sul tronco di un albero abbattuto. La mutilazione era spaventevole: l’osso era stato sfracellato di colpo dalle formidabili mascelle del mostro, e la carne presentava degli strappi come se quel povero braccio fosse stato dilaniato da un ingranaggio. Pure l’indiano conservava una calma impassibile, straordinaria; solamente un freddo sudore che bagnavagli la fronte, tradiva le sue atroci sofferenze.
L’operatore prese l’estremità di quel membro che emetteva di tratto in tratto dei getti di sangue, impugnò il coltello, recise nettamente l’osso, poi tagliò i brandelli di carne con una maestria ammirabile e senza che il ferito emettesse un solo gemito.
Livellata la mutilazione, prese un po’ di musco secco, lo bagnò copiosamente con un liquido che era racchiuso in una zucca, lo applicò sul moncherino, poi vi sovrappose uno strato di creta e fasciò il tutto con alcune foglie ed una liana.
Era tempo: lo sventurato, indebolito dalla perdita di sangue, si era lasciato cadere sull’erba, emettendo un profondo sospiro.
— Ecco fatto, — disse Velasco.
— Guarirà? — chiese Alonzo.
— Fra un mese la ferita sarà rimarginata.
— Ma che liquido ha versato sul musco?
— L’uenuba, la panacea indiana delle piaghe, un succo che ha la proprietà di essiccare prontamente le ferite.
In quell’istante il mutilato si era rialzato. Egli additò ai compagni il fiume dicendo: