Quelle grida che promettevano una preda appetitosa, esercitavano su di lui un fascino irresistibile.
Gl’indiani non fiatavano. Armati delle loro pesanti mazze, di qualche scure e di qualche arpione, attendevano il momento opportuno per scendere sul bassofondo. Don Raffaele ed i suoi compagni stavano pure zitti, ma avevano armato i fucili per aiutare gli Ottomachi nella pericolosa impresa.
Ad un tratto si scorse il muso del caimano presso la cinta. Il mostro esitò un istante ancora, poi si cacciò nella stretta apertura, ma non potendo passare, con urto violento spostò i primi pali. L’albero si rizzò improvvisamente facendo scattare il laccio ed il saurio, preso a mezzo corpo da quella robusta corda che gli si era stretta intorno, si sentì strappare dall’acqua e sollevare in alto.
Quale spettacolo offrì allora il mostro sospeso all’albero!... Era lungo cinque metri, aveva le mascelle armate di una doppia fila di denti formidabili, bianchi come l’avorio e triangolari, e una coda enorme, coperta di grosse scaglie rugose. Si dibatteva furiosamente facendo scricchiolare l’albero, sbarrava gli occhi sanguigni, ma che avevano dei lampi giallastri, demoliva i pali colla possente coda ed emetteva certi brontolìi paragonabili al tuono udito in lontananza.
Gl’indiani si erano slanciati nel recinto mandando urla di trionfo ed agitando furiosamente le loro mazze, le scuri e gli arpioni, ma non osavano avvicinarsi al mostro che si dibatteva con crescente furore, minacciando di accopparli a colpi di coda.
— A noi, — disse don Raffaele, puntando il fucile.
Attesero che il caimano mostrasse loro il ventre, poi fecero fuoco simultaneamente. Il mostro fece un ultimo e più tremendo balzo, agitò furiosamente la coda per alcuni istanti, poi si distese, penzolando dall’albero come un appiccato.
Gli Ottomachi recisero la corda facendolo cadere sul bassofondo, lo trascinarono sulla sponda e lo sventrarono a colpi di scure, frugandogli nelle viscere.
Pochi istanti dopo un indiano offriva al povero mutilato, che era sempre disteso nella sua amaca, il suo pezzo di braccio che il caimano aveva inghiottito intero come fosse un semplice zuccherino.
— Dov’è il cuore? — chiese il ferito.