— Lo prenderanno col laccio. Eccoli al lavoro.
Gli Ottomachi, dopo un breve consiglio, erano rientrati nella foresta nella quale dovevano sorgere le loro abitazioni. Dopo un quarto d’ora erano di ritorno con altri dieci compagni, tutti carichi di corti pali acuminati che accumularono sulla sponda. Ripartirono e tornarono con altri nè si arrestarono finchè non ne ebbero trasportati moltissimi.
Allora cominciarono a scendere sul bassofondo ed a piantarli formando un semicerchio, ma che aveva una stretta apertura verso il punto ove l’acqua era più profonda.
In quel passaggio tesero il laccio destinato al caimano, formato da un nodo scorsoio di fibre di tucum e d’un giovane albero fortemente piegato e tendente a riprendere la posizione verticale.
Terminato quel lavoro, compiuto in un tempo brevissimo, ritornarono verso la sponda, un solo eccettuato, il quale era rimasto nascosto nel recinto tenendo in braccio un piccolo pecari, una specie di cinghiale selvatico che puzza di muschio.
— Attento, Alonzo, — disse il dottore. — Fra poco il goloso caimano giungerà.
— Verrà a gettarsi stupidamente nel laccio.
— Il pecari è un boccone ghiotto. Odi?... Il piccolo cinghiale aveva emesso un grido acuto. L’indiano che lo teneva in braccio, pizzicavagli fortemente gli orecchi per farlo urlare.
Il caimano però, messo forse in sospetto da quella cinta che poco prima non esisteva, si manteneva nascosto in fondo al fiume. La sua ingordigia però doveva vincere ben presto la sua diffidenza.
Infatti, udendo le urla sempre più acute del pecari, dopo dieci minuti si vide l’acqua rigonfiarsi dinanzi all’apertura del recinto. Il ghiottone giungeva, ma con mille precauzioni e tenendosi nascosto sott’acqua per non farsi scorgere.