Verso il mezzodì, mentre i naviganti si preparavano ad assalire la colazione allestita nella scialuppa, si vide Yaruri balzare rapidamente in piedi, mentre con un rapido colpo faceva cadere la randa.
— Cos’hai? — chiesero i tre bianchi.
— Là.... sulla sponda, — disse l’indiano.
Guardarono nella direzione indicata e su di una riva bassa e sabbiosa videro trascinarsi penosamente con delle mosse ridicole dei larghi corpi che parevano usciti allora dal fiume.
Erano trenta o quaranta testuggini, ma della specie più grande, poichè misuravano almeno due metri di larghezza su una lunghezza di cinquanta o sessanta centimetri. I loro gusci avevano dei riflessi verdastri ma marmorizzati di nero.
— Sono testudos mejolas, — disse don Raffaele. — Un arrosto che merita di venire assaggiato.
— Ma ne vedo altre su quel banco di sabbia, — disse il dottore. — Sono le careto.
Infatti un po’ più lontano, su di un banco, si vedevano altre testuggini più piccole bensì, ma col guscio assai più bello e più pregiato. Erano di colore bruno, chiazzate di macchie rossastre irregolari, ma i loro gusci sono formati di tredici lamine poste sopra e dodici sotto. È dalle prime solamente che si ricava la tartaruga messa in commercio.
— Ma cosa fanno tutte quelle testuggini? — chiese Alonzo.
— Stanno seppellendo le loro uova, — rispose il dottore. — Andiamo a fare una frittata.