— Le migliaia, poichè la caccia è facile e senza pericoli, bastando rovesciare i poveri rettili sul dorso per impedir loro di fuggire. Su certi fiumi cominciano già a diventare rari e la scaglia non abbonda più come vent’anni or sono sui mercati. Se la distruzione continua, fra un secolo forse non si troverà più scaglia sufficiente per montare gli occhiali alle generazioni, sempre più miopi, che si succedono. Basta, sento il profumo della frittata e odo la voce di don Raffaele che ci invita a colazione. Prendi la tua selvaggina che ci servirà d’arrosto domani mattina.

Alonzo si caricò della testuggine e raggiunsero i compagni che avevano già preparata una appetitosa e gigantesca frittata esalante un profumo delizioso. Il giovanotto fece più che onore a quel pasto e ripetè più volte la porzione, lodando la squisitezza di quelle uova che non la cedevano a quelle delle migliori galline.

Avevano accese le sigarette e stavano per sdraiarsi sulla sabbia, all’ombra di una palma colossale, quando udirono uno strano gorgoglìo che usciva da una macchia di mucusumù.

— Cosa c’è ancora? — chiese Alonzo alzandosi. — Delle altre testuggini che vengono a deporre delle uova?

— Vediamo, — disse don Raffaele, balzando in piedi. — Potrebbe esservi qualche serpente.

Alonzo l’aveva già preceduto e aveva già raggiunta la macchia. Vi gettò entro uno sguardo, ma tosto indietreggiò facendo un gesto di ribrezzo ed esclamando:

— Oh! l’orribile rospo!...

— Cos’è? — chiese don Raffaele, avvicinandosi ai mucusumù. — Ah! Un pipa!...

— Una pipa! Ma che pipa! È un rospo, cugino mio, e dei più brutti.

— Ma dei più interessanti, Alonzo. Guardalo attentamente: è un vero pipa, tale è il nome datole dalla signora Sibilla di Meriam, che vide per la prima volta questi strani batraci nel Surinam, due secoli or sono.