Era il dottore che li aveva raggiunti per vedere con quale specie di selvaggina avevano da fare.

— Ma ora gli mando una palla, — disse Alonzo.

— È inutile, giovanotto, non ne vale la pena. Quel povero tapiro è affatto inoffensivo e la sua carne è così secca e di gusto così sgradevole, che persino certe tribù indiane la sdegnano. Lascialo andare, chè si è meritata l’esistenza.

— Pure mi hanno detto che gl’indiani lo cacciano attivamente.

— Sì, ma per averne la pelle, la quale, essendo molto resistente, serve per fabbricare scudi e delle ottime scarpe.

— Ma che animali sono questi tapiri? Che esistenza conducono? Non sono carnivori?

— Sono solitarii, di umore piuttosto malinconico e niente affatto carnivori; perciò inoffensivi. Vivono isolati in fondo alle più folte foreste che non abbandonano che al tramonto per recarsi nelle paludi. Talvolta però, durante i giorni piovosi, escono anche di giorno, ma di rado però. Sono dei veri anfibi, poichè prediligono l’acqua e vi s’immergono con facilità per cercare il loro nutrimento il quale consiste in radici acquatiche che scavano con quella corta proboscide che tu vedi mobilissima.

— È vero, dottore, che i tapiri formano delle strade in mezzo ai boschi?

— Sì, Alonzo. Facendo sempre la medesima via dal loro covo alla palude più vicina e così pure nel ritorno, senza mai deviare d’una linea, finiscono col tracciare in mezzo ai boschi dei veri sentieri che diventano molto pericolosi per loro, poichè i cacciatori ne approfittano per trovare i covi degli animali.

— Somigliano ai porci per abitudini? Vedo che quel tapiro si diverte ad avvoltolarsi nel fango come un vero maiale.