L’indiano si era scagliato in mezzo alla foresta brandendo la sua cerbottana, ma si era subito trovato dinanzi ad una muraglia di verzura così fitta e così irta di spine, che aveva dovuto arrestarsi e tornare indietro.

Staccò la freccia che era formata d’un leggero cannello terminante in un’acuta spina e se la mise sulle labbra.

— È intinta nel curare, — diss’egli, sputando.

— Ma ti avveleni! — esclamò Alonzo.

— Non temere, — disse il dottore. — Il curare è mortale solamente se si mescola al sangue dell’uomo colpito, ma si può assaggiarlo impunemente.

— Era destinata a noi quella freccia?

— A Yaruri, — disse il dottore. — Gl’indiani non falliscono mai e se l’avessero destinata a noi, saremmo stati colpiti. Fortunatamente il nostro indiano ha udito il sibilo a tempo ed ha potuto evitarla.

— Qualcuno adunque ha interesse a sopprimere Yaruri?

— Così la penso anch’io.

— Ma a quale scopo? Perchè lui invece di noi?