—Bravi, ragazzi! esclamò Fit Debbeud. Sferzate! Sferzate!

Le tenebre ed il vento che continuava a sollevare cortine di sabbia, favorirono la ritirata che si effettuava colla rapidità prodigiosa. Le sferzate e gli ich! ich! pronunciati in furia mettevano le ali ai mahari che divoravano la via.

Fit Debbeud, nel mentre che galoppavano in gruppo serrato, si chinò su
Abd-el-Kerim che teneva stretto fra le braccia e lo toccò in volto
colla punta del suo jatagan, facendogli uscire una goccia di sangue.
L'arabo aprì gli occhi e lo guardò fissamente.

—Bravo arabo, disse lo sceicco sorridendo. Si vede che tu sei di buona razza, formato tutto di ferro di buona tempra. Mi conosci tu?

—Aspetto che tu mi dica chi sei, rispose Abd-el-Kerim freddamente.

—Mi chiamo Fit Debbeud, ma nel Dongola mi si conosce meglio per la
Jena del Sudan. È probabile che tu oda questi nomi per la prima volta.

—Mi vanto di non aver mai udito questi nomi che puzzano da bandito a una giornata di cammino.

—Come sai tu che io sono un bandito? Sono lo sceicco di questi beduini.

—Per venire al campo, assalirmi a tradimento e portarmi via non bisogna essere che briganti o figli di quel cane di Mahdi. Queste piastre vuoi pel mio riscatto?

—Si vede che hai dello spirito, cane di un arabo. Voglio vedere se ne avrai altrettanto quando porrò sulla tua bruna pelle certe bestioline.