L'aiutante di campo s'inchinò, uscì e chiamò dieci soldati, ai quali fece caricare le armi e inastare le daghe. Stava per dare il comando di marciare quando fu raggiunto dal greco Notis.
—Kebir, diss'egli, facendogli scivolare in una saccoccia una borsa ricolma di talleri. Guai a te se torci un capello all'almea.
—Non temere di nulla, Notis, rispose l'aiutante. Ti comprendo di volo.
—Va ora, e sta attento ad Abd-el-Kerim.
L'aiutante si pose in cammino seguito dai dieci soldati e ad una certa distanza dal greco che s'era tutto coperto col taub. Attraversarono il campo nel quale si ordinavano le compagnie e giunsero alla casupola di Fathma nel momento che l'almea appariva alla porta accompagnata da Abd-el-Kerim e dal capitano Hassarn.
—Alto là! intimò Kebir, sguainando la scimitarra.
Alla vista dell'aiutante di campo di Dhafar pascià colla scimitarra in mano e dei dieci soldati colle baionette in canna, un brivido di terrore era passato per le ossa di Fathma e di Abd-el-Kerim. Essi s'arrestarono, guardandosi in viso con ansietà e con meraviglia, non sapendo spiegare il perchè di quella presenza di soldati armati.
—Che significa ciò? chiese l'arabo con stupore.
—Ho l'ordine d'arrestare uno di voi, rispose Kebir.
—Uno di noi? esclamarono tutti e tre ad un tempo.