L'arabo cantava sempre, con maggior dolcezza, con tono più malinconico, e ogni volta che pronunciava il nome dell'almea, il greco sentivasi il sangue accendere e il cuore battere più precipitosamente. Tutti i colori dell'arcobaleno passavano uno per uno sulla sua faccia tetra.

Cominciava all'oriente a biancheggiare, quando Abd-el-Kerim si tacque. Notis lo vide aggirarsi per qualche tratto attorno alla casupola, colla testa sempre alzata verso le finestre che si tenevano ostinatamente chiuse, poi raccogliere la carabina e prendere la via del campo. Un beffardo sogghigno sfiorò le sue labbra collericamente strette.

L'arabo s'avvicinava a rapidi passi e pareva pensieroso e scoraggiato. Quando fu a pochi metri di distanza, Notis balzò fuori e gli si presentò dinanzi come una spaventevole apparizione.

—Alto là, Abd-el-Kerim!… gl'intimò brutalmente.

L'arabo nel vederselo lì, colla testa alta, in una posa minacciosa, fece un salto indietro portando involontariamente la mano sull'impugnatura dell'jatagan. Impallidì orribilmente e fece un gesto di sorpresa e di spavento.

—Notis! esclamò egli, con un fil di voce.

—Sì, proprio Notis, il fratello di Elenka, della tua fidanzata, rispose il greco con ira mal repressa.

Essi stettero a guardarsi in silenzio, ma cogli sguardi provocanti.

—Che facevi, Abd-el-Kerim, sotto le finestre di quella casupola? chiese Notis, ironicamente.

—Avevo la febbre indosso e sono andato a passeggiare per le vie d'Hossanieh.