I noggàra battevano la sveglia, quando venticinque guerrieri della guardia di Ahmed Mohamed, armati sino ai denti, circondavano il tugul occupato da Abd-el-Kerim. Una folla considerevole di Abù-Rof, di baggàra, di beduini e di foriani, si era radunata all'intorno chiedendosi cosa volessero fare quei venticinque guerrieri al nuovo sceicco, salvato il giorno innanzi dall'inviato del Signore.

Il capo dei guerrieri, dopo di avere appostati i suoi uomini all'ingiro, in modo da impedire ogni scampo, entrò nel tugul colla scimitarra in pugno e con una cert'aria che pareva tutt'altro che rispettosa e pacifica.

Abd-el-Kerim stava appunto alzandosi allora dal l'angareb sul quale aveva dormito. Vedendo quell'uomo piantarglisi minacciosamente dinanzi, squadrandolo con occhio torvo, non potè dissimulare un gesto di sorpresa.

—Che vuoi? gli chiese, sforzandosi di mostrarsi tranquillo.

Seguimi, rispose il capo bruscamente.

—Chi mi vuole?

—L'inviato del Signore.

Abd-el-Kerim trasalì. Nel suo cervello balenò un terribile sospetto, il sospetto che qualcuno lo avesse tradito, che lo avesse denunciato per l'amante di Fathma. Sentì il sangue gelarsi nelle vene e mancare lo forze.

—Che vuole da me Ahmed? chiese egli con ispavento.

—L'ignoro. Mi disse di condurti da lui vivo o morto e io ti condurrò.