—Sì, e più oggi che due mesi fa.
—Non hai pietà adunque per la povera Elenka.
—Non nominarla; quel nome mi fa atrocemente male.
—Ah! maledetto!
Il greco era diventato violaceo per l'ira. Scagliossi come una pantera sull'arabo, l'afferrò per la gola, poi introducendogli fra le labbra la fiala gli versò in bocca tutto il contenuto. L'effetto di quel liquore fu istantaneo.
Abd-el-Kerim piombò giù come se il sangue gli fosse improvvisamente cessato di circolare. Il capo gli cadde all'indietro battendo in terra con sordo rumore. Un sospiro che rassomigliava a un rantolo di chi agonizza gli uscì dalle labbra e rimase immobile, irrigidito come un morto.
Notis lo contemplò per alcuni istanti con uno sguardo nel quale leggevasi un terribile odio, poi si chinò su di lui, lo afferrò fra le braccia e gettandoselo in ispalla uscì dall'antro.
El-Mactud lo aspettava con quattro baggàra e con una barella improvvisata con rami e resa soffice da un alto strato di foglie di baobab.
Ebbene? chiese lo scièk, prendendo l'arabo e deponendolo, con precauzione, nella barella. Ha bevuto il narcotico?
—Gliel'ho fatto bere tutto, rispose Notis.