Una nube oscurò la sua fronte e i suoi sguardi s'intenerirono. Quell'abbronzato volto, di solito così aperto e fiero divenne triste, cupo.

—Che hai? gli chiese Omar che s'era accorto di quell'improvviso cambiamento.

—Nulla, Omar, nulla, balbettò con voce soffocata lo sceicco. Dov'è
Abd-el-Kerim?

—Eccolo, disse un guerriero.

Infatti l'arabo era improvvisamente apparso all'uscita della gola e s'avvicinava a spron battuto. Ma non era più lo spaventevole agonizzante di dieci giorni prima, privo di forze, ischeletrito, orrendamente deturpato e che incuteva ribrezzo.

Era ancora pallido, scarno, ma aveva ricuperato nel lasso di pochi giorni e la salute e le forze. Abù-el-Nèmr, avutolo in sua mano, gli aveva tagliati uno ad uno i tumori e strappati gli schifosi vermi che lo stremavano succhiandogli il sangue.

Egli giunse come una bomba fra i suoi amici, nel mentre che due guerrieri gettavano nel lago il cadavere di Notis con una pietra appesa al collo.

Tese le mani a Omar ed allo sceicco, poi si precipitò sul corpo dell'almea.

—Fathma! mia adorata Fathma! esclamò egli delirante.

Non seppe dire di più. La gioia di rivedere alfine l'infelice sua fidanzata, lo soffocava. Afferrò quel corpo ancora inanimato e lo coprì di baci e di lagrime.