Una banda d'uomini irruppe nella stanza, armati di kangiarri e di fucili dalla canna lunghissima.
— Tutto è pronto, Tabriz! — gridò uno di loro. — Il beg lo aspetta.
— L'ora suona, — disse il gigante, alzando il prigioniero. — Preparati pel gran viaggio e raccomanda la tua anima al Profeta. —
Il mestvire curvò il capo senza rispondere e si lasciò spingere fuori dalla stanza.
Subito la scorta lo circondò, quantunque Tabriz lo tenesse strettamente per un braccio.
Attraversate tre o quattro viuzze che erano ingombre di persone, di cavalli e di cammelli, il drappello giunse ben presto sulla piazza del villaggio, dove si trovava il vecchio beg circondato da altri uomini armati, fermo sull'orlo d'una fossa profonda un metro e mezzo, e larga appena sessanta centimetri, sia da un verso che dall'altro.
Il mestvire, nel vederla, impallidì, spaventosamente ed i suoi occhi, che erano diventati sanguigni, cercarono ansiosamente quelli di Abei Dullah, il nipote del beg. Un rapido cenno fattogli dal giovane, parve rasserenarlo ed infondergli un po' di coraggio.
Il beg gli si era appressato, chiedendogli:
— Vuoi parlare?
— Ti ho già detto che non so nulla. E poi, — aggiunse con amarezza, — anche se io ti dicessi od inventassi qualche cosa, non salverei egualmente la mia vita. Tuo nipote Hossein non mi risparmierebbe.