— No, di certo, perchè sei tu che hai organizzato il rapimento di Talmà, miserabile! Ormai sei uomo morto, ma prima di comparire dinanzi al Profeta pel giudizio supremo, dovresti dirci dove le Aquile hanno nascosta la fanciulla.

Le buone azioni non vengono scordate dal grande giustiziere.

— Non so nulla e non mi strapperai altra parola. Vuoi la mia morte? Ebbene sono pronto a subirla.

— Calatelo, — comandò il beg.

Tabriz tolse al prigioniero le vesti, lasciandolo quasi nudo, gli legò strettamente le gambe, poi lo assicurò ad un grosso piuolo che era piantato profondamente nella fossa.

— A voi, ora, — disse l'implacabile vecchio volgendosi verso alcuni uomini, che tenevano in mano sacchetti coperti di una polvere bianca, che altro non era che gesso.

Cominciarono a vuotarli entro la fossa, coprendo a poco a poco il disgraziato mestvire, poi, quando il gesso gli giunse alle spalle, vi gettarono sopra parecchie secchie d'acqua.

Il condannato, che fino allora aveva dimostrato un grande coraggio, non potè frenare un urlo d'angoscia.

Lo spaventevole supplizio cominciava, spaventevole perchè è ben più terribile della decapitazione, dell'impiccagione e fors'anche del palo. Inventato dai Persiani, che si sono, in tutte le epoche, mostrati crudelissimi nei mezzi di dare la morte e che lo usano tuttavia in certe provincie, quantunque sia stato soppresso nelle grandi città ove vi sono consoli europei, è stato subito adottato dai turcomanni, dagli afgani e dai belucistani, più feroci degli stessi persiani.

Il gesso, dopo bagnato, come si sa, non tarda a rapprendersi ed espandersi, chiudendo come entro una morsa di ferro l'oggetto che gli si affida. Ognuno può facilmente figurarsi quale pressione deve esercitare su un corpo umano che non può offrire la resistenza del metallo.