S'avvicinò ad una delle porte del ridotto; ma dovette subito fermarsi perchè la sentinella che vegliava, un shagrissiabs, di statura gigantesca ed immensamente barbuto, l'aveva subito preso di mira con una specie di trombone, minacciando di crivellarlo con una tempesta di pallottoloni mescolati a chiodi.

— Metti da parte la tua racchetta, — gli disse Abei, con accento ironico. — Va' invece ad avvertire Baba beg che il nipote di beg Giah Aghà e figlio di Abei Hakub, desidera vederlo. Sarà tanto di guadagnato per la vostra causa. —

Il shagrissiabs, impressionato dal tono altero del giovane e anche dalla sua calma, chiamò alcuni compagni e trasmise loro la domanda.

Un momento dopo la porta si spalancava a due battenti ed Abei entrava nella cittadella, scortato da quattro artiglieri, passando fra due altissime muraglie di mattoni, che oscillavano pericolosamente ogni volta che i cannoni dei ridotti tuonavano sulla cima delle scarpate.

All'estremità dello stretto sentiero, che girava intorno ai bastioni, su una piccola spianata dove si trovavano collocate, su dei cavalletti, alcune racchette, lo aspettava il beg di Schaar, appoggiato sulla sua lunga e molto arcuata scimitarra.

— È vero che tu sei il figlio di Abei Hakub? — chiese l'ex luogotenente dell'Emiro di Bukara, mentre il giovane scendeva da cavallo.

— Forse che non somiglio a mio padre, beg? — chiese il giovane. — Mi hanno detto che sono il suo ritratto.

— Infatti — disse il beg, — tu mi ricordi l'uomo a cui io devo la vita. Che vuoi da me?

— Hai saldato verso mio padre il tuo debito di riconoscenza? — chiese Abei.

Il beg lo guardò un po' inquieto, mentre faceva cenno agli artiglieri di allontanarsi.