— È buona guerra, signore, — rispose Tabriz. — Giacché il beg ci ha giuocati, ora facciamola a lui.

Se la cavi come meglio potrà. Andiamo, signore, lasciamo qui i suoi falconetti e finché abbiamo tempo, sgombriamo.

Noi non abbiamo niente a che fare coll'Emiro di Bukara, tanto meno coi suoi protettori. —

Poi, alzando la voce verso i suoi uomini, gridò, dominando colla sua voce stentorea il rombo delle artiglierie ed il crepitìo della moschetteria:

— A cavallo, amici!... Andiamo a caricare i russi! —

La confusione che regnava in quel momento sui bastioni e sulle muraglie di Ravatak era tale, che nessuno si poteva occupare della defezione dei cinquanta cavalieri.

I russi spingevano l'attacco con grande vigore. I cavalieri del Turchestan ed i cosacchi correvano all'assalto, mandando fragorosi urrah e portando seco un gran numero di scale per superare le altissime muraglie.

Le migliaia di fucili che tuonavano dietro le merlature e dietro le mura dei giardini, non arrestavano affatto l'assalto dei moscoviti, i quali muovevano addosso alle mura a passo di carica, preceduti dai loro trombettieri e protetti dal fuoco intensissimo dei pezzi nascosti dietro la trincea.

Hossein e Tabriz, prevedendo l'imminente resa della città e non amando essere coinvolti in quella ribellione che non li interessava affatto, avevano lanciato i cavalli a galoppo sfrenato per raggiungere la muraglia opposta, prima che i russi potessero completare l'aggiramento.

Tutte le vie erano ingombre di fuggiaschi. Donne e fanciulli, correvano all'impazzata, urlando spaventosamente, carichi degli oggetti più preziosi, mentre le palle delle artiglierie russe cadevano dovunque, provocando nuovi incendi.