Sulle case della città alta, una immensa nuvolaglia nera s'alzava, carica di scintille, volteggiando turbinosamente e calando verso i giardini.
Gli scoppi coprivano le urla dei fuggiaschi. Erano le polveriere della cittadella che saltavano, facendo diroccare le scarpate e sventrando i ridotti sui quali ancora tuonavano, ma con poca fortuna, i ventinove pezzi ed i falconetti del beg di Schaar.
Hossein e Tabriz, seguiti da Abei, dai cinquanta cavalieri e dai banditi di Hadgi, attraversarono la città, travolgendo sotto le zampe dei cavalli non pochi fuggiaschi e raggiunsero la porta di Rachid, che era guardata solamente da pochi cavalieri Shagrissiabs, non essendosi mostrata, in quella direzione, alcuna compagnia di russi.
— Aprite! — gridò Tabriz, sfoderando il kangiarro. — Ordine di Djura-bey.
— Che cosa vuoi fare? — chiese il comandante del drappello.
— Caricare i russi alle spalle, — rispose il gigante. — Sbrigati o prenderanno d'assalto la torre di Ravatak. —
La porta, laminata con lastre di bronzo, che non era stata barricata, fu spalancata ed i cavalieri passarono come un uragano sul ponte levatoio gettato attraverso il profondo fossato.
— Preparate gli archibugi! — gridò Hossein. — Questa calma non mi assicura.
— Vedi nulla? — chiese poi a Tabriz, che spingeva i suoi sguardi attraverso i folti cespugli che coprivano i margini dei burroni.
— No, signore, — rispose il gigante. — Tuttavia non sono completamente tranquillo.