I Shagrissiabs s'erano riuniti nella torre vicina all'ultima breccia, aprendo nuovamente un fuoco intensissimo e micidiale, ciò che obbligò il generale Abramow a farla prender d'assalto, con non poca fatica, poiché gli assediati non volevano cedere.
La cittadella nel frattempo era stata abbandonata dai due beg e dai loro artiglieri. Vistisi ormai perduti, avventarono sui russi la loro cavalleria e anche quel supremo sforzo non ebbe che un esito infelice.
Alle otto del mattino tutta Kitab era nelle mani dei russi ed i Shagrissiabs facevano atto di sottomissione, esempio che fu subito seguito anche dalla guarnigione di Schaar.
L'assalto era costato ai Shagrissiabs più di seicento morti, ma non si poté sapere il numero dei feriti; ai russi diciannove soli morti, fra cui un ufficiale e cento e due feriti, fra i quali un generale, quattro ufficiali superiori e tre inferiori.
Furono trofei della vittoria quattro stendardi, ventinove cannoni ed un gran numero di falconetti e d'armi da taglio.
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Abei intanto continuava la sua corsa, non essendo stato più inquietato dai russi nascosti nei burroni e che d'altronde, non possedendo ottimi cavalli, non avrebbero potuto dargli la caccia.
I banditi di Hadgi, praticissimi della regione, si erano messi alla testa del drappello, il quale si componeva quasi esclusivamente di Sarti, ossia di amici fedelissimi di Talmà, pronti a qualunque sbaraglio pur di liberare la loro signora.
La frontiera della Tartaria chinese, o meglio della Duzungaria, non era lontana.
I cavalli, da due giorni ben riposati, divoravano d'altronde le miglia, col medesimo slancio impetuoso, senza dar segno di stanchezza.