A mezzodì il drappello saliva già i primi contrafforti, che erano coperti da folte foreste, per la maggior parte da macchie immense di querce, di cedri selvatici, di pini e di ginepri sopra i quali si vedevano volteggiare in gran numero aquile d'Astrakan, falconi, merops e sparvieri.

Giunto ad una certa altezza, dove si cominciava a scorgere un sentiero serpeggiante attraverso ad un burrone, i banditi si erano fermati, guardando Abei.

Questi aveva subito compreso che non dovevano trovarsi lontano dal rifugio delle Aquile e che era giunto il momento di prendere delle precauzioni, onde i Sarti non potessero accorgersi della sua intesa coi rapitori di Talmà.

— Amici, — disse, alzando la voce e volgendosi verso i Sarti che stavano caricando i loro moschettoni, fingendosi in preda ad una profonda commozione, — mio cugino è caduto sotto il piombo dei russi, ma io ho giurato al beg, mio zio, di condurre a buon fine l'impresa che ci ha spinti lontani dalla steppa.

La mia vita appartiene a Talmà, la vostra signora, ed io non tornerò al di là dell'Amu-Darja, senza quella povera fanciulla.

Siete sempre decisi ad aiutarmi?

— Siamo pronti a morire, — risposero i Sarti ad una voce.

— Questi uomini, che ci hanno guidato fino qui, — riprese Abei, — sanno ove si sono rifugiate le Aquile e dove Talmà è stata condotta. Accomodatevi qui e aspettate il mio ritorno.

— Signore, — disse un vecchio Sarto dalla lunga barba grigia, — dove vai tu? Non esporre la tua vita senza che noi ti scortiamo.

Il beg tuo zio ti ha affidato a noi e dobbiamo proteggerti.