— Non farò che una ricognizione, che giudico necessaria, — rispose Abei. — Siamo in numero troppo esiguo ormai per tentare un assalto diretto contro quei banditi e dovremo ricorrere ad una sorpresa, se vorremo liberare Talmà.
Non inquietatevi quindi per me e aspettate senza ansie il mio ritorno. —
I Sarti, completamente rassicurati dalle parole del nipote del beg, discesero da cavallo, accampandosi in mezzo ad una folta macchia di colossali platani.
Allentò le briglie e riprese la salita, scortato dai banditi.
Oltrepassato il burrone che si estendeva per qualche miglio, fiancheggiato da altissime querce, i cavalieri si trovarono improvvisamente dinanzi ad un gruppo di uomini barbuti, con immensi turbanti sul capo e armati di fucili, di pistole e di kangiarri, che diedero l'alt con voce minacciosa.
— Giù le armi, — disse uno dei banditi della scorta, facendo un segno. — Annunciate il capo Abei Dullah, nipote del beg Giah Aghà. —
Gli archibugi, che erano già stati puntati, furono subito abbassati, gli uomini s'inchinarono profondamente ed i cavalieri continuarono a salire il sentiero fermandosi dinanzi ad un'alta parete rocciosa che mostrava alla sua base un largo crepaccio.
Altri banditi erano comparsi, sorgendo fra i cespugli che coprivano la base della muraglia, puntando anche essi i fucili: poi scorgeudo i loro camerati che scortavano Abei, si erano subito messi in posizione d'attenti.
— Andate a chiamare il capo, — disse uno della scorta, mentre Abei scendeva da cavallo e si gettava dietro una macchia d'astrogolli, per timore di venire scorto da Talmà.
Pochi momenti dopo Hadgi usciva dalla caverna e raggiungeva Abei, che si era seduto su un masso.