Abei lo congedò con un gesto, raggiunse il cavallo e ridiscese verso il campo, sempre seguito dai banditi che l'avevano fino allora scortato.

I Sarti lo aspettavano, in preda ad una vivissima ansietà, colle armi in mano, temendo qualche improvviso attacco da parte delle Aquile.

— Accampatevi pure, amici, — disse loro Abei, smontando. — Sono riuscito a scoprire il rifugio dei banditi e quello che maggiormente ci interessa, ho anche saputo da un pastore che quasi tutte le Aquile hanno lasciato queste montagne per accorrere in aiuto dei Shagrissiabs di Schaar e che solo un piccolissimo drappello veglia su Talmà.

— Signore, — disse un vecchio Sarto, che pareva esercitasse una certa influenza sui suoi compagni, — se è vero quello che ti hanno raccontato, partiamo subito, invadiamo la caverna e facciamo a pezzi quei miserabili.

— No, — rispose Abei, con voce ferma, — aspetteremo questa sera per sorprenderli.

— Tuo zio, il beg, non avrebbe esitato un solo istante. —

Abei aggrottò la fronte.

— Sono sì o no il capo io? — rispose poi. — Sono io che comando ora e non già il beg mio zio.

Accampatevi e lasciatemi riposare. So bene quello che faccio. —

Levò al proprio cavallo le briglie e la sella, onde potesse pascolare liberamente; stritolò una galletta di granoturco che uno dei banditi gli aveva offerto e andò a sdraiarsi all'ombra d'un platano, mentre i superstiti della scorta, vedendolo così tranquillo s'affrettavano ad imitarlo, in attesa di menar poderosamente le mani contro le Aquile.