— Dovete seguirci: vi consiglio di rimanere tranquilli perchè ho l'ordine di farvi fuoco addosso, in caso di ribellione.

Spero che tutto finirà bene per voi, miei poveri ragazzi!

— E di che cosa ci si accusa? — disse Hossein. — Di aver cercato di lasciare Kitab prima che venisse presa, non desiderando noi immischiarci negli affari di Diura-bey e di Baba-bey?

— Ah!.... Io non lo so, signor mio. Andiamo: al maggiore non piacciono i ritardi. —

I cosacchi presero in mezzo Tabriz e Hossein e lasciarono la tenda-ospedale, conducendoli in un'altra più piccola, che si trovava in mezzo ad un giardino, all'ombra di un platano gigantesco e dinanzi alla quale vegliava un soldato del 6º battaglione di linea del Turchestan.

Nell'interno non vi erano che due persone sedute dinanzi a un tavolo.

Uno era un maggiore russo, piuttosto attempato, con una barba rossiccia e già brizzolata ed il petto coperto di decorazioni.

L'altro invece era un bukarino, qualche pezzo grosso dell'Emiro, a giudicarlo dall'ampio turbante verde che gli copriva il capo, dai ricami d'oro che ornavano la sua casacca e dalla ricchezza del suo kangiarro e della sua scimitarra.

Il maggiore, che stava fumando un grosso sigaro, vedendo entrare i due prigionieri, fissò i suoi occhi grigiastri e ancora vivissimi su Hossein.

— Tu sei? — gli chiese, dopo alcuni istanti di silenzio.