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Quando Tabriz aprì gli occhi, la burana era cessata. Solo poche cortine di sabbia filavano all'orizzonte, ondeggiando lentamente, ora allargandosi ed ora stringendosi ed il cielo era tornato limpido.
Tutt'intorno a lui regnava un caos: dune di sabbia sventrate, monticelli mozzati, sterpi ammonticchiati alla rinfusa, strappati chi sa mai dove, mucchi di pietruzze, stracci provenienti forse da tende strappate a chissà quante diecine di miglia di distanza.
Tabriz guardò il sole che era rosso come un disco di metallo incandescente e che era prossimo al tramonto, si tastò le costole tutte ammaccate, poi girò all'intorno gli occhi, ripetendo con voce angosciata:
— E Hossein?.... E Hossein? —
Quantunque provasse un vivo dolore ad una gamba, si era messo a correre affannosamente attraverso le dune che la grande tromba di sabbia aveva formate nello spezzarsi.
— Padrone!.... Padrone! — gridava come un pazzo, mentre si soffregava gli occhi infiammati dalla sabbia.
Un grido rauco gli rispose ad un tratto. Era partito da un monticello di sterpi e di pietruzze.
— Signore! — esclamò Tabriz, scavalcandolo precipitosamente.
Al di là, steso al suolo, col viso contro terra, stava un uomo con metà del corpo, dalla cintura ai piedi, sepolto sotto altissimo strato di sabbia che gl'impediva di muoversi.