— Sempre diritti finchè troveremo l'Amu-Darja, — mormorò.

Il sole scompariva fra una gran nuvola rossa, che diventava rapidamente oscura e le tenebre cominciavano a calare. All'orizzonte opposto però un altro disco, reso grande dalla rifrazione e pure rosso, sorgeva lentamente: era la luna.

Tabriz continuava ad avanzare, salendo e scendendo le dune sabbiose, cogli orecchi tesi, cogli occhi sempre in movimento. Cercava di raccogliere qualche lontano rumore o di scorgere qualche cavaliere.

Certo i soldati dell'Emiro, passata la burana, dovevano aver scoperti i loro due camerati accoppati da quei due tremendi pugni e forse in quel momento stavano cercando in tutte le direzioni i fuggiaschi.

Era quella la paura che aveva invaso Tabriz e che lo spingeva a camminare più rapidamente che era possibile, quantunque zoppicasse.

Per una buona ora il gigante resistette energicamente, avanzandosi verso una macchia oscura che la luna illuminava, facendola scintillare in causa dei frammenti di sale che conteneva.

Stava per raggiungerla, quando Hossein riaprì gli occhi scivolandogli quasi subito di fra le braccia.

— Tu mi hai portato? — disse, arrossendo.

— Era necessario, mio signore, — rispose Tabriz.

— Che io sia diventato un fanciullo?