Presero i due piccoli once e tornarono verso il margine dell'oasi, dove fecero raccolta di rami secchi.
Tabriz, che aveva conservato l'acciarino e l'esca, accese il fuoco, levò la pelle ai due once e, dopo d'averli infilati in un bastone, li mise sui tizzoni ardenti, girandoli di quando in quando, ma anche brontolando:
— Se avessimo almeno una pipa e del buon tomak! Che colazione squisita!... Ah!... già, ci vorrebbe anche una sorsata di kumis, ma dove trovare delle cammelle in questa maledetta steppa? È proprio la steppa della fame! —
Mentre sorvegliava l'arrosto, Hossein, col capo appoggiato al tronco d'un albero, pareva si fosse immerso in profondi pensieri.
Il suo sguardo fissava distrattamente la fiamma che arrostiva i due once. Pensava probabilmente a Talmà e all'infame tradimento di suo cugino.
— Padrone, — disse ad un tratto Tabriz. — Il piatto forte è pronto. Peccato che non ci sia qualche focaccia di maiz e un po' di tabacco. —
Levò i due gatti, come li chiamava e li mise su un mazzo di foglie di melogranato, spaccandoli con due colpi di kangiarro.
— Se saranno un po' coriacei, — disse, — non sarà colpa mia.
Pianta i denti, signore. Abbiamo ben diritto di mangiate anche noi. —
I due once non tardarono a scomparire, specialmente nel ventre di Tabriz, poi i due fuggiaschi, sicuri di non venire disturbati, credendo che l'oasi non servisse di rifugio ad alcun animale feroce, si gettarono sotto l'ombra d'un grosso platano, cercando di dormire.