— Fuggite! gridò il bandito, scalando rapidamente la duna. — Lassù, presto! —

Cinquanta passi più innanzi s'alzava un monticello di sabbia in forma di ridotto, alto una dozzina di metri e Karaval vi si dirigeva a corsa disperata per mettersi in salvo sulla cima.

— Gambe, signore, — disse Tabriz, slanciandosi dietro al bandito.

In un baleno attraversarono la distanza e s'arrampicarono lestamente sull'alta duna, levando dalla cintura i kangiarri.

I due leoni che davano la caccia agli onagri, accortisi un po' troppo tardi della presenza dei tre uomini, s'erano fermati, come se fossero indecisi fra l'inseguimento di quei velocissimi animali e quelle prede umane.

Di quella sosta avevano subito approfittato gli scaltri asini per frapporre una bella distanza. Galoppavano ormai a più di cinquanta metri, continuando a scavalcare le dune con una forza indiavolata.

— Quei birbanti ci hanno lasciati in un fastidio, — disse Karaval. — I leoni non potranno più raggiungerli e cercheranno di rifarsi della colazione perduta colle nostre polpe. Sono maschio e femmina, e probabilmente a ventre vuoto.

— Da dove vengono quelle bestie? Nella nostra steppa non ne ho mai veduto uno, — domandò Tabriz.

— Dai deserti della Persia di certo, — rispose Karaval. — Ve ne sono in quel paese e non pochi anche.

— Badate, — disse in quel momento Hossein. — S'avvicinano. —