— Ai piedi della catena dell'Albonaz abitava, in un piccolo villaggio, un mollah[5] chiamato Tafilet. Un giorno andò a trovarlo un pentolaio che lo conosceva moltissimo, avendogli venduto sovente dei vasi.
Il mollah, che era ospitalissimo, offerse al pentolaio delle more secche, e dei fichi, non avendo di più in casa, perchè era poverissimo; dopo di che i due amici sdraiatisi all'ombra d'un boschetto di melagrani che dominava un fiumiciattolo, si posero a fumare ed a discorrere.
Ad un certo punto il pentolaio disse al mollah:
— Nella mia casa ho una ragazza che è bella come un fiore della steppa e che ha raggiunto l'età da maritarsi; se io la potessi collocare convenientemente, mi darebbe la libertà che da lungo tempo aspetto, e potrei così prendere un'altra moglie, essendo morta quella che aveva prima.
— Amico carissimo, — rispose il mollah, — io pure ho una fanciulla il cui viso è bello come la luna, i cui capelli sembrano oro filato e le sue labbra sono più rosse dei più bei fiori dei melagrani, sotto i quali noi fumiamo e discorriamo.
Ma a che giovano a me le sue bellezze? Le spose, carissimo amico, valgono ben meglio delle figliuole, perchè accudiscono con maggior cura alle faccende di casa. —
Dopo quei discorsi i due vecchi si accordarono per scambiarsi le loro figlie. Il pentolaio sposò quella del mollah e questi quella dell'amico.
Disgraziatamente la figlia del pentolaio era una testolina bizzarra e, poco dopo il matrimonio, cominciò a fare gli occhi dolci ai giovani cacciatori dell'Albonaz, che frequentavano il villaggio durante i giorni di mercato per vendere la selvaggina della montagna.
Il mollah, essendosene accorto, le tagliò il naso e la rimandò a casa del padre, avvertendolo che l'aveva così conciata perchè mettesse giudizio.
Il pentolaio, vedendosi giungere la figlia così atrocemente mutilata, rimase molto perplesso e fece fra sè il seguente ragionamento: