Legò poi solidamente le braccia al bandito, lo pose su uno dei tre cavalli e ripartirono a piccolo trotto attraverso la steppa sconfinata.
CAPITOLO XII. La giustizia del “beg„.
Giah-Aghà, il formidabile beg della steppa turchestana, seduto sui cuscini di seta che contornavano la sua spaziosa e ricca tenda, innalzata di fronte alla casa della bella Talmà, fumava silenziosamente il suo narghileh come era sua abitudine.
I servi entravano ed uscivano per portare i suoi ordini ai conduttori delle innumerevoli mandrie di cammelli, di montoni e di cavalli che pascolavano nelle ubertose steppe dei Sarti, dove l'erba cresceva gigante.
Eppure il beg quella sera non appariva tranquillo come il solito. Di quando in quando, come se presentisse che qualche cosa di tragico e di terribile dovesse accadere, s'alzava a sedere, respingendo quasi con rabbia il bocchino d'ambra del suo cannello e come se l'essenza di rose, mescolata nella bottiglia dorata, avesse perduto improvvisamente il suo delizioso profumo.
I suoi occhi, sempre vividi e nerissimi, malgrado l'età, si fissavano sui quattro falchi di Abei, che squittivano sui loro bastoni in croce.
Al di fuori forti raffiche si succedevano sbattendo vivamente il feltro grossolano della tenda, impenetrabile alla pioggia.
Già due volte aveva ricaricato il caminetto del suo narghileh, quando i due cani di guardia mandarono un lunghissimo ululato, che aveva qualche cosa di lugubre.
— Karon, — disse il beg, staccando il bocchino d'ambra e gettando in aria un ultimo getto di fumo, — chi si avvicina?
— I nostri uomini, signore, che accampano all'aperto, nulla hanno avvertito; i cani avranno fiutato qualche animale, — rispose Karon.