Hossein, che era forse il più abile cavaliere della steppa, aveva fermato quasi di colpo il suo, a rischio di spezzargli le gambe.
Le raffiche in quel momento si succedevano con estrema violenza, trascinando trombe di sabbia, che giravano vorticosamente attraverso le tenebre, spezzandosi e rovesciando sulle steppe vere cortine di granelli.
— Ascolta attentamente, padrone, — disse Tabriz.
— Non odo che i ruggiti del vento, — rispose Hossein, che si era curvato innanzi e che nondimeno si sentiva bagnare la fronte.
I due cavalli, colla testa curva fino in mezzo alle alte erbe, pareva che ascoltassero anch'essi, pur soffiando rumorosamente:
Ora erano fischi stridenti che terminavano in un lungo gemito, come d'una persona sgozzata; ora invece erano sibili prolungati, che morivano quasi subito come se tra le erbe si spegnessero ad un tratto; oppure muggiti assordanti, che parevano prodotti dal rompersi delle onde del mar Caspio o da quelle dell'Aral.
— Odi, padrone, — chiese improvvisamente il gigante, raccogliendo le briglie e stringendo le ginocchia per lanciare nuovamente, a corsa sfrenata, il suo magnifico khorassano, che sembrava impaziente di riprendere lo slancio.
— Sì, una scarica di archibugi, — disse Hossein, che era diventato pallidissimo.
— Assalgono la casa di Talmà.
— Partiamo!... Partiamo!... —