— Andiamo a chiamare in aiuto i Sarti. —

Legò il cavallo del nipote ad un palo della tenda, spense la lampada, onde colla sua luce non attirasse l'attenzione degli scorridori della steppa, abbassò il pesante tessuto di feltro che serviva da portiera, quindi, gettandosi sulle spalle un fucile, uscì, gridando:

— Heggiaz! —

Il nobile animale s'accostò al padrone. Pareva che avesse compreso che cosa si domandava da lui.

Il vecchio, a cui l'età non aveva ancora tolta la forza, si aggrappò alla criniera e mettendo un piede nella larga staffa d'acciaio, montò in sella.

— Via, mio bravo Heggiaz, e non fermarti fino al villaggio dei Sarti. —

Il farsistano sentendo allentare le briglie, partì come un fulmine verso il settentrione.

Il villaggio dei Sarti, che era una specie di feudo di Talmà, essendo stato suo padre beg di una di quelle tribù sedentarie, si trovava più prossimo alla casa assediata dalle Aquile della steppa. In meno di un'ora e mezzo, con quel cavallo che poteva gareggiare con quelli di Hossein e di Tabriz, il vecchio contava di giungervi.

Fortunatamente i banditi, sicuri di non venire disturbati, ansiosi soprattutto di impadronirsi della casa, avevano commesso l'imprudenza di non lasciare delle vedette disperse per la pianura, cosicchè il beg potè attraversare la distanza che lo separava dai Sarti, senza fare alcun cattivo incontro, eccettuato qualche piccolo gruppo di lupi che non si provò nemmeno a dargli la caccia.

Era la mezzanotte quando entrò nel villaggio. Era quello formato da un centinaio e mezzo di casupole molto basse, costruite con argilla grigia, con finestre così strette da sembrare feritoie e con porte basse, chiuse da una enorme pietra che si spostava dal di dentro.