Il beg è ricchissimo, la bella Talmà ha mandrie numerose di cammelli e di montoni, possono quindi pagarsi il lusso di sfamare almeno una volta i poveri nomadi della steppa, che tribolano trecento giorni dell'anno su trecentosessantacinque.

Mentre tutte quelle possenti mascelle triturano carne ed ossa, con un crescendo spaventevole e le pentole e le caldaie si vuotano a vista d'occhio, una banda di suonatori passa attraverso le immense tavole, allietando gli orecchi coi dolcissimi suoni delle guzle.

Alla testa di quei suonatori, sbucati chi sa da dove, vi è il mestvires. Il briccone che ha già mangiato e bevuto copiosamente ad una tavola appartata, sembra allegro e dardeggia di quando in quando uno sguardo ardente sulla bella Talmà, che è seduta a fianco d'Hossein, sotto una specie di padiglione di stoffa rossa e gialla, adorno di nastri molticolori, che il vento fa svolazzare capricciosamente.

Suona e canta nel medesimo tempo, guidando la sua piccola truppa, formata da una diecina di brutti figuri barbuti, che hanno più l'aspetto di briganti che di cantastorie.

Mancava un'ora al tramonto, quando Talmà, Hossein ed il beg si alzarono rientrando in casa.

Era il segnale della fine del banchetto e della celebrazione del matrimonio. Abei era rimasto seduto alla tavola: di fronte a lui si era fermato il mestvires, fingendo di accordare la sua guzla.

Il nipote del beg ed il bandito si scambiarono un lungo sguardo, poi un rapido cenno, quindi il secondo s'allontanò velocemente, intanto che i suoi compagni, approfittando della confusione che regnava, si sbandavano scomparendo fra le alte erbe della steppa.

I convitati, vuotata un'ultima tazza di khumis, si erano affrettati a raggiungere i loro cavalli dovendo scortare gli sposi e si erano disposti su due lunghissime file, una a destra e l'altra a sinistra della porta principale della casa.

Tutto d'un tratto un grido altissimo s'alzò, perdendosi lontano lontano nella steppa sconfinata:

— Viva gli sposi! —